Scampia – Barriere culturali
Durante una tavola rotonda svoltasi nel 1997 presso l'Istituto tecnico "Ferraris" di Scampìa, una ragazza del quartiere ha chiesto ad un assessore comunale: "Siamo napoletani anche noi?". Dietro questo episodio, che ha il fascino e l'immediatezza dell'aneddoto, sta una questione estremamente importante, cioè quella dell'appartenenza.Tutte le aree di recente urbanizzazione soffrono di problemi d'identità. Basti pensare al nome di questi quartieri, che sono stati per lungo tempo_chiamati con un anonimo numero (zona 167, quartiere 167, oppure, in alcuni centri, semplicemente "la 167") o con altrettanto anonime sigle quali Zen, Cep, ecc. Dietro questa impersonale numerazione stanno realtà senza storia e senza memoria, popolate di famiglie per lo più giovani, sradicate da quartieri e dalle comunità d'origine. La debolezza dei legami di vicinato e di quartiere è quasi sempre una conseguenza di situazioni siffatte.A Scampìa queste dinamiche sono esasperate da caratteristiche peculiari del quartiere, quali:l'effetto degli assi viari che dividono con grandi interruzioni il tessuto urbanistico; la disomogeneità di ceto sociale in una realtà dove convivono ceti medi (perlo più dipendenti pubblici) nelle cooperative e ceti popolari, se non gruppi marginali, nelle case popolari, disomogeneità inasprita e rimarcata dal fatto che questi ceti abitano isolati diversi; l'effetto delle caratteristiche architettoniche delle unità abitative,ognuna con il suo piccolo spazio verde chiuso in se stesso, che spezza lo spazio urbano in tante isole di cemento; l'assenza di spazi comuni come piazze, giardini e parchi (il parco di quartiere, che pure esiste, è stato per lungo tempo disertato dagli abitanti di Scampìa per paura della microcriminalità imperversante); la mancanza di luoghi di socializzazione come bar, circoli, ecc. Tutti questi fattori hanno giocato contro il prodursi di una coesione socioculturale di quartiere, ed a favore di una generalizzata frantumazione, spersonalizzazione e disaffezione alla propria zona di residenza.Si aggiunga l'effetto negativo dell'isolamento materiale in cui il quartiere versa a causa dell'insufficiente connessione viaria tra Scampìa ed il resto della metropoli partenopea. Strade strette ed intasate (il corso di Secondigliano è palesemente inadeguato al traffico intenso che lo percorre), assi viari mai completati (come la sopraelevata ferma da decenni a piazza Capodichino), vie di scorrimento bloccate per problemi mai risolti (la presenza dei nomadi abusivamente insediati sotto la metropolitana che blocca il traffico da e verso il limitrofo quartiere di Piscinola), le carenze di progettazione delle infrastrutture esistenti (la metropolitana collinare ha le uscite rivolte verso Piscinola), tutto ciò contribuisce a fare di Scampìa un'entità territoriale chiusa su se stessa. Tale isolamento contrasta con la necessità che gli abitanti del quartiere hanno di uscire per accedere a tutti quei servizi che non trovano in zona (dalle istituzioni scolastiche agli uffici pubblici, dagli spazi del tempo libero a quelli del consumo). Ciò ingenera insofferenza nei confronti della propria realtà urbana, in una situazione nella quale si avverte una sostanziale incertezza nei confronti della propria identità sociale. Gioca su queste difficoltà anche l'immagine negativa del quartiere diffusa nel resto della città, effetto accentuato in una realtà complessa come quella napoletana. E' infatti innegabile che in una realtà urbana geograficamente ed urbanisticamente frammentata come quella partenopea sia praticato il gioco dell'esclusione dall'identità urbana, con accuse incrociate e reciproche di "non-napoletanità" (per cui p. es. l'abitante del Vomero non è ritenuto "vero napoletano" da quello dei Quartieri Spagnoli, quello di Pianura non è "vero napoletano" agli occhi del residente al Vomero, e così via); in questo gioco, che altrove ha connotazioni più che altro folcloristiche, sono particolarmente colpiti gli scampiesi, che si sentono cittadini solo in senso formale, rigettati ai margini della "napoletanità". Risultante di queste dinamiche è tra l'altro un rivendicazionismo esasperato e una frammentazione interna (attestati dal proliferare di numerose associazioni e circoli, tutti di piccole dimensioni) che rendono fragile la società locale e fanno sì che al suo interno si riproducano alcune classiche dinamiche negative della società meridionale nel suo complesso. Tali dinamiche possono essere riassunte nella "cultura della dipendenza" si manifesta con fenomeni quali: l'attesa di una soluzione calata dall'alto (dal comune o dallo Stato, o da qualunque altro soggetto) che porta ad una generalizzata passività nei confronti del disagio socioculturale di cui si è vittima, e che non spinge a gestire in prima persona tutta una serie di opportunità di socializzazione che pure i cittadini avrebbero; la contemporanea sfiducia a 360 gradi nei confronti di qualunque intervento teso a risolvere i problemi locali, diffidenza che da un lato può anche derivare dal cosiddetto fatalismo delle popolazioni meridionali, ma che in questo caso ha una parziale giustificazione nel lungo periodo di abbandono vissuto dal quartiere e dalla delusione rispetto a promesse elettorali ripetutamente fatte da membri delle varie amministrazioni comunali che si sono succedute; la ricerca di rapporti personalistici in direzione verticale (con politici, amministratori, funzionari, ecc.) per risolvere i problemi quotidiani e individuali; la competitività orizzontale tra soggetti e gruppi per accedere a tali rapporti personalistici; l'attribuzione di responsabilità del degrado agli altri gruppi/ceti presenti nel quartiere (gli abitanti delle cooperative che imputano ai Velisti la cattiva fama di Scampìa e la sua scarsa vivibilità, ecc.), che porta al rafforzamento delle divisioni interne. Con questo non si intendono sminuire quelle responsabilità che le amministrazioni pubbliche hanno rispetto al disagio che gli scampiesi vivono sulla loro pelle in grado maggiore o minore, giorno dopo giorno. Si intende però mettere in luce il danno duraturo che l'abbandono della realtà di questo quartiere ha causato nel tessuto sociale; danno che necessita più che mai di intervento.
di Gennaro Vanja