Storia di Scampia


La nascita del quartiere è il 1964; alle origini dell'insediamento vi é la formula di un Pdz (piano di zona) per l'edilizia economica popolare, in conformità alla Legge n.167, riguardante l'acquisizione da parte dei comuni di aree per l'edilizia popolare. Il Pdz originariamente si basava su di un ipotesi consortile, tra i vari comuni della Campania, in seguito resasi impossibile; la conseguente limitazione all'ambito comunale di Napoli prevedeva due grossi insediamenti a Secondigliano e a Ponticelli, secondo la tendenza già iniziata nel dopoguerra a localizzare nelle periferie l'edilizia economica popolare._Il processo di costruzione del quartiere é originato e gestito, dunque, da una azione pianificata del Comune e di enti di costruzione e gestione (IACD cooperative), secondo le linee di un piano originario con successive varianti ed integrazioni, per cui il risultato finale non appare frutto di una progettazione organica ed unitaria, bensì il compromesso incontrollato tra scelte architettoniche ed urbanistiche differenziate e spesso in contrasto. Il ruolo principale della 167 é stato quindi quello di un'area residenziale in cui si venisse ad accumulare la risposta al pressante bisogno di alloggi. In realtà, l'aria su cui sorge il nuovo insediamento era prima occupata da una campagna fertilissima. Il passato agricolo sembra riecheggiare nel nome proposto per il quartiere, Scampia, che per alcuni significherebbe "luogo piano" , mentre altri lo fanno derivare addirittura da "scampagnata" ; secondo la versione degli anziani del quartiere, invece, il nome Scampia deriverebbe dal fatto che lì avveniva lo scambio dei tram provinciali. Il dizionario del dialetto napoletano, comunque, definisce il termine Scampia come "terreno aperto e poco coltivato, landa". Uno degli anziani del quartiere, il sig. Tranchino Raffaele, giardiniere del comune di Napoli, ricorda che originariamente tutta la zona era formata da appezzamenti di terreni agricoli appartenenti a proprietari spesso residenti altrove, i quali fittavano i campi ai coloni; ogni campo aveva la sua masseria, con stalle per i bovini (da latte) e cavalli. Secondo la testimonianza del sig. Tranchino, alcune delle vecchie masserie possono essere localizzate ora nell'aria della cosiddetta Cianfa di cavallo, lungo la via vecchia Napoli - Roma, e nella zona del parco dei ciliegi (così chiamato per i ciliegi che l'affittuario aveva lasciato)._In realtà questo passato agricolo, che così intensamente sopravvive nel ricordo di un anziano del quartiere, potrebbe rivivere attraverso interventi di valorizzazione di un terreno localizzato in una delle zone più fertili del mondo; anche per riannodare il legame con le antiche radici, per ricostruire la memoria storica di un quartiere sviluppatosi secondo una strutturazione progettuale che lo ha privato, di fatto, di ogni identità._In base alle scelte architettoniche-urbanistiche del piano, il quartiere (progettato per 60.000 abitanti, mentre ne contiene attualmente quasi 100.000) risulta diviso in 21 lotti, identificati con le lettere dell'alfabeto, e delimitati da un imponente rete stradale a scorrimento veloce; questa rete viaria si articola attorno ad un nucleo centrale che sembra quasi dividere il quartiere in due blocchi frontalmente contrapposti ("settore Bakù"-Lotti U, W, Q, T- e "settore Labriola"- Lotti H, I, K, L, M-). Il principale problema di questo tipo di articolazioni della struttura urbana è che esso non comporta di per sé la creazione di un sistema aggregativo, di una dimensione di identificazione per gli abitanti; manca quel complesso di strutture che incarnano la ricchezza di occasioni, di scambi, la varietà, la relativa sicurezza dei rapporti... L'effetto risultante è un senso di disgregazione, è l'impossibilità di percepirsi come parti di un collettivo solidale. A rafforzare la sensazione di sradicamento contribuisce la scarsa dotazione da parte del quartiere di servizi ed attrezzature collettive, la mancanza di un tessuto di iniziative produttive e commerciali, la presenza di una notevole quantità di spazi non usati, a causa della mancata realizzazione o del non completamento di parti del quartiere, o ancora, per l'abbandono di attrezzature realizzate ma non gestite._Di qui l'immagine di un quartiere spoglio, incomprensibile, senza riferimenti tra i suoi elementi, senza una strutturazione logica d'insieme._Di Scampia si percepiscono i vuoti, "luoghi del pericolo", e le isole, "spazio di difesa e di arroccamento"; ed in effetti, i parchi chiusi adottati oramai in tutti i lotti di edilizia cooperativa, costituiscono la tipica modalità organizzativa e funzionale con cui prende forma e si realizza il bisogno di estraneazione dall'esterno._Il futuro di Scampia dipende sostanzialmente dalla capacità di trasformare lo spazio pubblico da luogo del vuoto e del pericolo a spazio per l'agire collettivo.