Storia di Secondigliano


Secondo la tradizione la denominazione di "Secondigliano", che nelle fonti è citato come "Secundyllanum" o "Secundillanum", deriva dal nome di una antica famiglia romana. Secondo altri il nome deriverebbe dai Colli Secondilli che circondano Napoli da nord est a nord ovest, per altri ancora indicherebbe la distanza del borgo dal centro di Napoli essendo posta proprio a due miglia dal capoluogo._Secondigliano si estende in pianura e confina ad ovest con Piscinola e Melito, a sud con Napoli e Miano,a est con S.Pietro a Patierno, a nord con Arzano._Secondigliano si ritrova indicata come caseggiato e cioè come insediamento fondato su ragioni economiche con poche abitazioni disposte in modo casuale, un tipico borgo medievale costituito da case e da appezzamenti di terreno la cui proprietà era essenzialmente del clero_Il territorio, infatti, apparteneva o agli ordini monastici o a famiglie nobili._Nel caso di Secondigliano è certa la proprietà clericale: la prima notizia riguardante Secondigliano risale ad un documento datato 19 ottobre 1113 consistente in un contratto di affitto di un fondo in "Villa secundillani" allorchè il monastero napoletano dei SS. Sergio e Bacco concede alla famiglia di Denolfo un fondo di alberi e di colture._La prima definizione amministrativa risale, invece, all'età viceregnale_Solo a seguito dell’esenzione della tassa del focatico nel 1505, si ebbe la trasformazione dei caseggiati in casali; ciò determinò un incremento di abitanti e di residenti dei casali che, pur vivendo in una sorta di schiavitù economica, trovarono attrezzature, terreni da coltivare ed una abitazione._Anche il CASALE era un territorio appartenente agli ordini monastici o ai nobili la cui gestione veniva affidata ad importanti famiglie del regno. Si trattava di veri e propri rapporti di infeudamento in cui le famiglie ricevevano in fitto il casale e a loro volta lo affidavano a contadini che ne ricavavano appena il necessario per vivere, mentre i proprietari e gli affittuari ne riscuotevano rendite e prodotti della terra. Prendevano forma le masserie. Secondigliano era uno dei 43 casali di Napoli costituiti per la massima parte da masserie._Le masserie erano costituite da una vasta estensione di terreno su cui sorgevano case collettive e padronali, entrambe a corte; costruzioni per attrezzi agricoli, fabbrichette, vaste estensioni di terreno coltivabile._I Secondiglianesi si dedicavano all'agricoltura, all'allevamento di animali da soma e da macello, ad attività artigianali e alla gestione di piccole botteghe (pasticcerie, ristoranti, osterie, sorbetterie)_Nelle masserie si producevano fagioli e fave, granoturco e uva da vino, agrumi, seta, lino e canapa, frutta, cereali e ortaggi._Questi prodotti servivano a rifornire la città, costituendo fonte di reddito. Le strutture per la conservazione e la trasformazione dei prodotti erano i cosiddetti "bassi", ovvero dei terranei che si articolavano su tre lati della corte costituenti parte integrante della masseria (CENSI)_I prodotti della terra che davano benessere al Casale di Secondigliano erano costituiti da fragole, lino e alberi da celso._Il territorio , che partendo da Capodichino attraversava Secondigliano per proseguire fino a Melito, era ricolmo di celsi e tra le attività primarie dei Secondiglianesi vi era quella di tessere la seta._A quel tempo di fronte alle case padronali sorsero altre case dove alloggiavano i contadini. Proprio di fronte ad una di queste case, Casa Brancia, sorsero i cosiddetti CENSI che erano costituiti da due file di case edificate tra due strade parallele._Gli edifici erano tutti dotati di un cortile interno chiamato "a spuntatore " sui quali si aprivano gli ingressi contrapposti. A volte su uno dei lati della corte c'era un livello superiore al quale si accedeva tramite una scala esterna_Verso il 1700 ' i censi, diventarono un vero e proprio quartiere popolare._Furono costruite strade parallele e tra una strada e l'altra furono edificate due file di case che si affacciavano su entrambe le strade. L'ingresso delle case era sempre rivolto verso Sud affinchè vi potesse sempre arrivare il sole per riscaldarle. In questa area abitavano circa 600 famiglie che alloggiavano in una o due stanze di locali pianterreni. Si trattava di ubicazioni spesso precarie e molto povere. Tale situazione si protrasse fino ai giorni nostri e soltanto alla fine degli anni 70 vi fu un combiamento, allorchè il Comune di Napoli varò il " Piano di recupero delle aree periferiche " e si incominciò proprio dai Censi._è il periodo viceregnale, Secondigliano, come del resto tutti i casali di Napoli, dovette contribuire con una serie di "donativi" per far fronte alle necessità del Regno. Quando, nel 1676, il Re, per far fronte alle spese sostenute in occasione della "guerra di Messina", mise in vendita molti casali, i Secondiglianesi, pur di mantenere la loro sia pur limitata autonomia e con l'intento di sottrarsi, per effetto della vendita, al dispotismo baronale, si tassarono per effettuare un altro donativo alla Corona evitando, in tal modo, la vendita del Casale. In quell'epoca il casale (al quale nel 1642 veniva assegnato il titolo di Universitas) contava all'incirca 2000 abitanti e la situazione economica non doveva essere delle più floride se si pensa che molte famiglie erano state fortemente provate dalle numerose carestie e dalle continue tasse e balzelli su prodotti primari come il pane e la frutta._Poco lontano dal Casale di Secondigliano, in località Capo de Chio (l'attuale Capodichino) si ergeva il patibolo per i condannati alla pena dell'impiccagione._L'amministrazione della giustizia nel Casale era affidata ad un "Commissario di Campagna" (ovvero ad un giudice delegato ) il cui operato, nei casi di furto, pirateria, ecc., era insindacabile._Se si esamina l'Archivio Parrocchiale, molte furono le esecuzioni capitali di cittadini del Casale. La miseria e l'ignoranza alimentavano la disperazione, l'istruzione era riservata ai ceti più abbienti._La situazione non migliorò quando il 7 Luglio 1707 gli Austriaci entrarono in Napoli decretando la fine del vicereame._Nei successivi 27 anni di occupazione austriaca i nuovi dominatori riuscirono soltanto ad attirarsi un odio maggiore di quello che i napoletani avevano riservato agli spagnoli in due secoli di dominazione. Altre tasse, altre gabelle, altri soprusi, resero la vita difficile ai napoletani, ivi compresi a quelli dei Casali che, come tanti altri, andavano ad ingrossare le file di quel numeroso esercito di "lazzari" che vivevano alla giornata._l quarto di secolo di dominazione austriaca non portò sostanziali cambiamenti alla struttura del Casale di Secondigliano che si avviava verso i quattromila abitanti. Gli abitanti traevano sostentamento dai prodotti della terra e dalla lavorazione della seta e, per quello che potevano, contribuivano anche alle spese per ammodernare o restaurare la Chiesa parrocchiale... quando non dovevano sobbarcarsi spese impreviste. Anche sposarsi era un problema: le ragazze più fortunate potevano usufruire del cosiddetto "maritaggio" una specie di rendita che veniva assegnata per sorteggio dopo aver accertata la moralità e l'illibatezza delle aventi diritto. Le vicende legate alla guerra di successione spagnola avevano portato gli austriaci a Napoli, quelle, invece, legate alla guerra di successione polacca portarono all'avvento dei Borboni. Il 10 maggio del 1734 fece il suo ingresso, acclamato dalla popolazione, Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V di Spagna. Il Re partì da Aversa la mattina del 10 maggio per arrivare, verso mezzogiorno, a Porta Capuana e dovette, quindi,attraversare la Strada Regia che da Aversa, proseguiva per Melito e Secondigliano fino alla Capitale del regno._Anche il Casale di Secondigliano, come del resto l'intera popolazione della capitale, acclamò il nuovo Re con la speranza in un miglioramento delle condizioni di vita.